Archivio

Posts Tagged ‘uranio’

ITALIA NUCLEARE

La centrale Nucleare di Caorso

L’energia nucleare comincia la sua avventura in Italia nel 1962 con l’accensione del primo reattore situato a Latina.

Dopo la seconda guerra mondiale, nonostante i trattati internazionali vietassero al paese l’arricchimento del combustibile, un processo necessario alla produzione di materiale effettivamente utilizzabile nel reattore, venne stipulato un accordo durante una conferenza tenutasi a Ginevra del 1955 che permetteva la costruzione di centrali sul territorio Italiano a scopo di produzione elettrica.

L’Uranio necessario nel processo di Fissione sarebbe stato arricchito all’estero e portato in Italia pronto per l’utilizzo per rispettare gli accordi internazionali. Cominciano così una serie di piani e progetti per rilanciare l’industria energetica del paese che lo porterà tra i maggiori produttori a livello mondiale di energia elettrica generata tramite lo sfruttamento dell’energia del nucleo.

Una serie di incidenti durante i processi nucleari di arricchimento, di combustione e di smaltimento avvenuti all’estero (tra cui il celeberrimo incidente di Chernobyl del 1986, dall’impatto devastante) portarono l’opinione pubblica a dubitare dell’affidabilità degli impianti e a vivere nel terrore di un’eventuale incidente sul nostro territorio. Furono dunque varati tre referendum abrogativi(FONTE), sintetizzabili nei tre quesiti:

  • L’abrogazione della possibilità da parte dello stato di scegliere il sito di costruzione di un impianto qualora l’ente locale non dia la disponibilità nei tempi previsti.
  • L’abrogazione dei contributi forniti dallo stato agli enti locali ospitanti uno stabilimento nucleare
  • L’abrogazione della legittimità di partecipazione dell’ENEL (al tempo ente statale) in progetti nucleari esteri.

Evidentemente non era previsto alcun divieto alla costruzione di centrali sul nostro territorio. Un fatto che è ancora oggi ignorato da buona parte dell’opinione pubblica. Difatti, la fine del programma nucleare italiano arrivò per ragioni politiche, quando il PLI, i Radicali e il PSI (il cui leader al tempo era Bettino Craxi) cominciarono una campagna di abbattimento dei piani per la costruzione delle centrali, forti di un’opinione pubblica ormai stanca della presenza di questa tecnologia “pericolosa”. Un paese che aveva risposto positivamente ai tre referendum rendendo “quasi ufficiale” il rifiuto alla costruzione di nuovi impianti.

Nel 1990 delle 4 centrali aperte, due avevano pressoché terminato il proprio ciclo utile in termini di investimento, una era già stata soppressa a causa di svantaggio economico mentre l’ultima nata, la centrale di Caorso, venne “spenta” con largo anticipo rispetto alle aspettative e ai progetti con conseguente perdita economica da parte dell’ENEL, al tempo ancora ente statale. Si pensa a un costo complessivo di circa 450 milioni di euro.

Negli anni a seguire l’Italia sfruttò maggiormente i combustibili fossili e fu costretta ad importare dall’estero l’energia per sostenere le carenze. Quest’ultima strategia è tra le più criticate al giorno d’oggi, sia perché l’energia in questione sarebbe prodotta da centrali nucleari paradossalmente situate vicine al confine, in Francia per esempio, sia per l’impatto economico sui cittadini. Si pensi inoltre al black-out del 2003 che ha messo a nudo quanto il nostro paese sia “schiavo” del resto del mondo sul fronte dell’approvvigionamento di energia. Per questo in molti hanno rivalutato la possibilità di un nuovo programma nucleare che possa renderci finalmente indipendenti dalle altre nazioni.

La convenienza economica del nucleare consiste principalmente nell’alto rapporto tra energia prodotta e costo del combustibile. Ogni singolo kg di Uranio produce molta più energia rispetto a un kg di combustibile fossile e i giacimenti, secondo alcune stime, sono destinati a durare ancora per molto tempo. E’ interessante come però i canali mediatici non diffondano, forse volutamente, informazioni chiare circa i costi indiretti della produzione, vero fattore rilevante sul prezzo finale al consumatore del singolo KWh di energia elettrica. Ogni KWh di prodotto risente maggiormente dai costi degli impianti di arricchimento, di fissione, di smaltimento, dello sviluppo, del personale altamente qualificato che del costo del combustile, sollevando notevolmente il prezzo dell’energia.

Il problema ambientale è forse quello al quale la popolazione è più sensibile. Il rischio errore è forse quello più gettonato. E’ importante dire che l’incidente di Chernobyl fu causato da uno scellerato esperimento volto a verificare le possibilità massime di sfruttamento degli impianti. Tutti conoscono il tragico epilogo della vicenda, molti non sanno che si trattò di un’operazione non convenzionale, il che significa che in una situazione di buona condotta difficilmente si verificherebbero episodi simili. Ma nel nostro paese, terra di mafia e criminalità organizzata, possiamo fidarci? Le moderne centrali nucleari garantiscono la sicurezza anche in caso di attacco aereo, non è facile aggirare i sistemi di protezione e i sistemi di sicurezza sfruttano tecnologie in grado di intervenire nei casi più disperati per evitare danni al nucleo. Ma siamo certi di quel che stiamo facendo? Il prezzo da pagare in caso di errore è molto alto.

Come se non bastasse, la centrale produce costantemente rifiuti radiotossici che necessitano di un preciso smaltimento e stoccaggio presso i depositi specificatamente adibiti al contenimento delle radiazioni. I rifiuti possono essere lavorati per essere utilizzati nuovamente in parte come combustibile o in altri scopi civili come la produzione di radiofarmaci per la cura di tumori. In ogni caso la parte di rifiuti non più utilizzabile deve rimanere isolata per lungo tempo, dalla decina a centinaia di migliaia di anni. E’ il tempo necessario al decadimento delle sostanze radioattive per diventare innocue, un processo inevitabilmente lungo che solo madre natura può compiere. Possiamo solo isolarli e attendere. Il processo in sé non comporta la produzione di gas serra perciò, a meno di gravi avvenimenti, il nucleare è una tecnologia a impatto quasi-zero verso l’atmosfera (quasi zero perché comunque i mezzi di estrazione dell’Uranio e del trasporto che sono indispensabili per far funzionare la catena producono gas serra).

All’estero il Nucleare ha trovato grandi consensi, anche tra quei paesi considerati in cima alla classifica degli stati del benessere. In Finlandia per esempio adottano la tecnologia di fissione da anni, con largo consenso della popolazione e la utilizzano in modo intelligente, sfruttando al massimo le energie idroelettriche naturali e usando l’energia dell’atomo per il minimo indispensabile. Di recente la Finlandia ha criticato l’affidabilità dei nostri progetti, forte di una propria esperienza nell’utilizzo di questo tipo di reattori.

Alternative al nucleare effettivamente applicabili oggi non ci sono se non quella di continuare ad utilizzare gas, petrolio e carbone. Le tecnologie per le energie rinnovabili, allo stato dell’arte, non consentono di soddisfare il fabbisogno energetico della nazione che quindi si trova a dover utilizzare ancora il gas, che tra i combustibili fossili è quello meno dannoso per l’ambiente, pur restando comunque un problema sia per quanto riguarda l’inquinamento, sia per quanto riguarda la sua effettiva disponibilità. Per tutto il resto c’è l’energia nucleare, oggi importata dall’estero, che in futuro sarà nuovamente in Italia grazie alle recenti scelte politiche del Governo Berlusconi.

La scelta di reintrodurre la tecnologia comporta evidenti problemi. Innanzitutto il contrasto dell’opinione pubblica, che si divide pressoché a metà sulla questione tra favorevoli e contrari. Tra i più forti contrasti come non nominare quello tra popolo e amministrazioni locali sulla scelta dei siti. Nessuno vuole una centrale nucleare sotto casa, evidentemente, ma tutti vogliono pagare poco per l’energia e consumarne a dismisura, non c’è volontà di ridimensionare i propri bisogni da parte dei più.

La grande contraddizione odierna è che grazie ai referendum del 1987 lo stato non può imporre a un ente locale di costruire un impianto sul proprio territorio e nemmeno può inviare sovvenzioni economiche allo scopo di incentivare un comune ad ospitarne il sito. La battaglia sorta qualche tempo fa che ha coinvolto la Puglia, con l’attuale governatore in prima linea, Nicola Vendola, contro il governo, sul tema della scelta dei siti, parla da sola. Il problema principale, ancora una volta è la competenza degli enti locali, in contrasto con la volontà dell’esecutivo. Se da una parte Roma rappresenta la volontà della maggioranza degli italiani non si può negare che gli organi regionali siano più vicini alla realtà di un territorio, come nel caso della Puglia.

Ancora più assurdo è che nessun paese, il nostro in particolare, sembra fermamente convinto nell’investimento sulle energie rinnovabili che dovrebbero porre fine una volta per tutte al problema della sostenibilità ambientale. Probabilmente allo stato attuale non sarebbe possibile ricavare molto dalle tecnologie “verdi” ma quantomeno avviare un processo di evoluzione delle stesse è necessario e ne abbatterebbe progressivamente i costi. Ritardando lo sviluppo delle stesse si rimanda soltanto il problema al futuro, in cui, ripetiamo, inevitabilmente, cesseranno di esistere le fonti di energia attualmente impiegate. Il nucleare dovrebbe essere solo un “ponte” per attraversare il fiume dell’evoluzione. Una soluzione temporanea, la “meno peggio” del momento, prima di convertirci finalmente allo sfruttamento pulito del pianeta.

Inoltre il nucleare può rappresentare una soluzione, almeno provvisoria, che permetterebbe di lasciare i combustibili fossili rimasti ai paesi in via di sviluppo che non sono ancora in grado di sfruttare l’energia del nucleo dell’atomo. In questo senso si otterrebbe un doppio beneficio a scapito però della sicurezza del cittadino sul lungo termine (minata dal rischio rappresentato dalle scorie, gestite da paesi dalla dubbia stabilità politica).

Per concludere è importante sottolineare come alcuni particolari sul nucleare (sia pro che contro) anche se di pubblica notorietà vengono tendenzialmente occultati probabilmente per soddisfare alcuni interessi: da una parte quelli dell‘industria dei combustibili fossili (occultando i pro), dall’altra quelli dei grandi gruppi internazionali come  Edison interessati allo sviluppo dei propri investimenti in più paesi possibile (occultando i contro). Inoltre c’è da chiedersi se in paesi come il nostro in cui la criminalità organizzata è potente, sia saggio avviare operazioni così “delicate” per la salute dei cittadini stessi, specialmente dopo i problemi sorti nel meridione in merito al folle e incontrollato accumulo di rifiuti, anche tossici. Un incidente del genere con le scorie nucleari avrebbe senza dubbio un impatto di molto superiore sul territorio.

Nonostante si faccia pubblicità all’Atomo per sopperire al problema del Global Warming (ancora, pubblicità negativa o positiva) c’è comunque la volontà di disinformare il cittadino sul tema già di per sé chiaro a pochi. Essendo una tecnologia avanzata è molto facile giocare sull’ignoranza della gente per fuorviare l’opinione pubblica ed è per questo che è importante compiere le proprie scelte sempre informati sugli argomenti che più da vicino ci toccano, come questo in cui c’è in gioco la salute di un intero pianeta.

Daniele Faugiana

Fonti:

Share

DIETRO LE QUINTE DELL’EMERGENZA: HAITI E ALTRI INTERESSI

8 marzo 2010 Lascia un commento

Troppe stellette, gli americani tendono a confondere l’intervento militare con quello di emergenza. Manca una capacità di coordinamento per non disperdere gli aiuti che sono stati inviati. Questo affermava Guido Bertolaso di fronte all’intervento statunitense dopo il terremoto di Haiti e riceveva di riflesso numerose critiche da parte dell’amministrazione Usa e non poche autoflagellazioni e genuflessioni da parte del governo italiano stesso.
Esiste però anche un Bertolaso americano, si chiama Soumitra R. Eachempati ed è un “chirurgo” delle emergenze, anche lui è stato ad Haiti e anche lui ha criticato l’amministrazione degli aiuti umanitari affermando che l’intervento è stato coordinato male e lasciato nelle mani dei militari americani, i quali hanno adottato i loro criteri di gestione, non comprendendo che avrebbe dovuto esserci un salto di qualità nella organizzazione degli aiuti internazionali (FONTE).

L’operazione umanitaria statunitense ha ricevuto insomma non poche critiche, l’imbarazzo inizialmente generato da quelle di Bertolaso si è potuto stemperare perciò in una visione più oggettiva del problema, data dalla semplice accettazione di una conduzione fallimentare della crisi haitiana affrontata da 15.000 soldati, portaerei, mezzi militari a fronte di bisogni alimentari e sanitari della popolazione. L’amministrazione statunitense ha deciso prontamente di spedire migliaia di soldati e mezzi sull’isola caraibica con il mandato di fornire aiuti, ma soprattutto di ricostruire il paese e le sue istituzioni. La gestione è stata accentrata nelle loro mani e, in secondo piano, sono quindi passati gli interventi di altri attori, come le Ong internazionali. Non è un caso che Obama abbia affidato il compito di coordinare la raccolta fondi per il terremoto di Haiti proprio Bill Clinton e W. Bush entrambi direttamente coinvolti nelle operazioni politiche ed militari che hanno determinato lo stato di povertà e di oppressione ad Haiti. L’ex Ministro della Difesa Haitana Patrick Elie ha diffuso la notizia che non si tratta di aiuti quello che i militari Usa stanno facendo, ma di una vera e propria invasione (FONTE).

Molti analisti politici affermano inoltre di prevedere una lunga presenza delle forze militari statunitensi su territorio haitiano. Al di là delle ulteriori critiche -spesso a senso unico- del presidente venezuelano Chavez, venate di un profondo sentimento antiamericano, è possibile tuttavia che si insinui a questo punto nello “spettatore” un qualche dubbio sul reale motivo di una presenza di quel genere sui territori colpiti dal terremoto.
Haiti ha da sempre avuto una storia fatta di oppressioni economiche frutto delle politiche del FMI e di ingerenze da parte statunitense, l’ultima fu l’esilio del presidente Jean-Bertrand Aristide nel 2004 dopo un golpe di forze paramilitari successivamente al quale a Port-au-Prince sbarcarono truppe di marines inviate dall’ex-presidente Usa G. W. Bush, e Boniface Alexandre, giudice capo della corte suprema, fu nominato presidente del consiglio con l’appoggio di Stati Uniti, Canada e Francia. Le nuove elezioni del 2006 portarono alla presidenza per la seconda volta René Preval, attualmente in carica. Appena insediatosi, Préval sottoscrisse l’accordo Petrocaribe (FONTE) con il Venezuela (forniture a condizioni di particolare favore di petrolio e gas) e riaffermò la volontà di proseguire la collaborazione, già molto stretta, con Cuba, soprattutto nel settore sanitario. Si rivolse inoltre ai Paesi dell’America Latina, quali Brasile, Argentina e Cile, per ottenere aiuti allo sviluppo del proprio paese. Rapporti che non rassicurarono né gli americani né gli europei già messisi da tempo al lavoro per destabilizzare per l’ennesima volta questo piccolo paese.
Ma c’è di più, già nel 2008 due scienziati, Daniel e Ginette Mathurin, avevano affermato che ad Haiti esistevano delle grandi riserve di petrolio e uranio (vedi immagine sopra). “Abbiamo identificato 20 giacimenti di petrolio” aveva detto Daniel Mathurin, sismologo haitiano, assicurando che le riserve di petrolio di Haiti sono una ricchezza che aumenta gli interessi strategici del Paese(FONTE). Per Ginette Mathurin, sua moglie: “questi giacimenti sono dichiarati ‘riserve strategiche degli Stati Uniti d’America’ “: minimo 3 ditte canadesi sono attive nell’Isola nella ricerca di Oro e Rame e nel giro di tre anni hanno accumulato un impero, le ditte sono: St.Genevieve, Eurasian Minerals e Majescor(FONTE). La St.Genevieve stando ai fatti ottenne un contratto di 25 anni (nel 1997) dal Presidente Renè Prèval, durante il suo precedente mandato.

Al di là delle immagini di profonda desolazione e indigenza presentate dai mass media internazionali, Haiti sembra invece possedere un potenziale nascosto e rappresentare molto di più di quanto non si creda: un territorio strategicamente primario a livello minerario e petrolifero e strategicamente ambiguo a livello geopolitico/militare, dati i recenti rapporti collaborativi dell’attuale presidente Préval con paesi a forte connotazione antiamericana -nonchè nuovi protagonisti nello scenario economico globale- quali Brasile, Cuba, Venezuela.


Luca Ciccarese

Fonti:
Articolo di Soumitra R. Eachempati
Patrick Elie condanna la militarizzazione di Haiti
Haiti e l’accordo Petrocaribe
St.Genevieve, Eurasian Minerals, Majescor ad Haiti
Il petrolio ad Haiti + (Traduzione articolo)

Share