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RIFIUTI IN FIAMME, PER NON DIMENTICARE..

16 aprile 2010 Lascia un commento

“ La storia dei rifiuti è la storia degli affari veri, dei boss imprenditori, degli imprenditori in grado di non porsi altro limite che il profitto, della politica terrorizzata o determinata, delle rivolte contro i camion, dei silenzi comprati e di un intero Paese che sversa i suoi rifiuti a Sud e che dal Sud prende risorse.” (Roberto Saviano)

Tra un decreto e l’altro, tra una riforma della giustizia in porto e i primi acuti contrasti interni alla maggioranza di Governo, a Palermo si continuano a bruciare rifiuti per strada, nel silenzio mediatico. Il problema rifiuti è in realtà un macro-problema, che coinvolge numerose variabili e attori; gli interventi con cui fu “risolto” in Campania, furono più cure palliative controproducenti e micro-interventi che altro. Sentiremo ancora parlare di rifiuti in fiamme.
La crisi dei rifiuti in Campania iniziò nel 1994 con la dichiarazione dello stato di emergenza e la nomina del primo Commissario di Governo con poteri straordinari cessando dopo oltre 15 anni, sulla base di un decreto legge approvato dal Governo il 17 dicembre 2009, che ha fissato la data del 31 dicembre 2009 quale termine finale dello stato di emergenza e del commissariamento straordinario.

La storia dei rifiuti potrebbe essere raccontata attraverso le biografie dei malati di cancro, attraverso quelle dei contadini di territori dell’entroterra campano che prima coltivavano ortaggi e ora raccolgono rifiuti d’ogni genere. Napoli e la Campania ciclicamente si gonfiavano di tonnellate di spazzatura. Però nessuno sembra comprendere cosa accadde e cosa vi fosse dietro, se non una generica e cronica incapacità politica a gestire il problema.
Resta certo l’odore, i cumuli, le scuole chiuse, la rabbia negli stomaci. È un odore strano da sentire in città, ma chi viene dalla provincia casertana e nolana lo conosce benissimo. Questa apocalisse che entra dal naso e ciclicamente invade tutto, sembra anch’essa un male ineludibile, una malformità quasi normale. Non è così, ma attualmente non esiste soluzione definitiva e ultima.

I traffici di rifiuti tossici hanno visto il sud Italia essere il vero luogo dove far ammortizzare i prezzi elevati dello smaltimento. La camorra ha fatto risparmiare capitali astronomici alle imprese del nord Italia.
Il meccanismo dei rifiuti ha permesso e permette a ogni passaggio di guadagnare
: i clan mafiosi con i loro camion e le loro ruspe guadagnano quando raccolgono, guadagnano quando sversano e fanno sversare nelle loro discariche. Ma da questo perenne lucro ne hanno tratto profitto anche le maggiori imprese italiane; negli ultimi trent’anni le discariche campane sono state completamente riempite, le cave rese satolle, ogni possibile spazio utilizzato e saturato.
La spazzatura di Napoli, non è la spazzatura di Napoli
: le discariche campane non sono state intasate solo dai rifiuti solidi urbani campani, ma sono state occupate, invase, colmate dai rifiuti speciali e ordinari di tutto il Paese, dislocati dalle rotte gestite dei clan. La spazzatura napoletana appartiene all’intero Paese nella misura in cui per più di trent’anni rifiuti di ogni tipo – tossici, ospedalieri, persino le ossa dei morti delle terre cimiteriali – sono stati smaltiti in Campania e più allargatamente nel Mezzogiorno.

Perché?

L’operazione Houdini del 2004 dimostrò che  il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo: un risparmio impressionante, il 70 per cento.
Intanto però, se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di 3 ettari. Questa montagna di rifiuti sarebbe la più grande montagna esistente non solo in Italia, ma sulla Terra.

Per i clan è un buon business: La scelta di trafficare in rifiuti espone a minori rischi di natura penale, poiché i reati connessi alla raccolta, al trasporto e allo smaltimento illegali spesso sono soggetti a prescrizione. I rifiuti sono la merce. La merce morta vale più di quella viva. Come avviene per le pompe funebri, i clan sanno benissimo che non ci sarà mai crisi. Nella società del consumismo più sfrenato spazzatura e morti non mancheranno e diverranno basi certe in mano ai clan, surplus economico costante per osare in altri campi meno certi e sicuri.

Quando si getta qualcosa nell’immondizia, lì nel secchio sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia fetosa che ingozzerà topi e gabbiani, ma si tramuterà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. Dall’emergenza non si vuole e non si puo’ uscire perché è uno dei momenti in cui si guadagna di più. L’emergenza non è mai creata direttamente dai clan, il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono, si è finto di non capire che fino a quando sarebbe rimasto tutto in discarica, il rischio era una situazione di saturazione, laddove in discarica dovrebbero andare pochissimi rifiuti. Non si è arrivati infatti a costruire i necessari termovalorizzatori(si veda l’inchiesta “Why Not” di De Magistris a questo proposito), dando garanzie alle popolazioni,  non si è arrivati a una seria raccolta differenziata, a una battaglia reale contro le imprese vicine ai clan. Non si è arrivati a far nulla per il lungo periodo, solamente precari palliativi.

Quando si cumulano sacchetti, i bronchi dei cittadini si irritano, la benzina viene gettata sui bidoni per bruciarli e quando le televisioni di tutto il mondo riprendono i cassonetti che sembrano sventrati con le budella da fuori, c’è necessità di toglierli per evitare epidemie gravi, necessità di risolvere subito, non badando nemmeno dove si smaltirà e quali mezzi lo faranno. Questa necessità porta altresì ad usare mezzi bobcat, camion, appaltati con noli a freddo e a caldo, ossia non controllabili e quindi facilmente gestibili dalle ditte degli stessi clan. Paradossalmente chi “risolve” il problema è il medesimo che lo crea: un business ‘circolare’, un moto perpetuo e criminale.

ALCUNI DATI

Secondo le Procure di Napoli e di Santa Maria Capua Vetere, 18 mila tonnellate di rifiuti tossici partiti da Brescia sono stati smaltiti tra Napoli e Caserta. In quattro anni un milione di tonnellate sono tutte finite a Santa Maria Capua Vetere. I rifiuti trattati negli impianti di Milano, Pavia e Pisa sono stati sotterrati in Campania. L’inchiesta Madre Terra scoprì che in soli 40 giorni oltre 6.500 tonnellate di rifiuti dalla Lombardia giunsero a Trentola Ducenta, vicino a Caserta: 500 tonnellate solo da Milano. E ancora nel casertano e nel napoletano i Nas hanno scoperto rifiuti prodotti da petrolchimici storici come quello dell’ex Enichem di Priolo, fanghi conciari della zona di Santa Croce sull’Arno, fanghi dei depuratori di Venezia e di Forlì di proprietà di società a prevalente capitale pubblico.

LE CONSEGUENZE SULLA SALUTE
La Protezione Civile nel 2004 ha commissionato uno studio scientifico sulle conseguenze sanitarie della mancata gestione dei rifiuti in Campania ad un’equipe di specialisti provenienti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dal Centro Europeo Ambiente e Salute, dall’Istituto Superiore di Sanità, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, dall’Osservatorio Epidemiologico della Regione Campania e dall’Agenzia Regionale per la Protezione Ambiente.
L’analisi dei dati epidemiologici raccolti tra il 1995 e il 2002 ha consentito ai ricercatori di mettere in correlazione diretta i problemi osservati sulla salute pubblica con la mancata gestione del ciclo dei rifiuti urbani e con la presenza di discariche abusive, gestite dalla criminalità organizzata, dove sono stati versati enormi quantitativi di rifiuti industriali. In particolare, è stato misurato un aumento del 9% della mortalità maschile e del 12% di quella femminile, nonché l’84% in più dei tumori del polmone e dello stomaco, linfomi e sarcomi, e malformazioni congenite.


Stefano Javarone

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ITALIA NUCLEARE

La centrale Nucleare di Caorso

L’energia nucleare comincia la sua avventura in Italia nel 1962 con l’accensione del primo reattore situato a Latina.

Dopo la seconda guerra mondiale, nonostante i trattati internazionali vietassero al paese l’arricchimento del combustibile, un processo necessario alla produzione di materiale effettivamente utilizzabile nel reattore, venne stipulato un accordo durante una conferenza tenutasi a Ginevra del 1955 che permetteva la costruzione di centrali sul territorio Italiano a scopo di produzione elettrica.

L’Uranio necessario nel processo di Fissione sarebbe stato arricchito all’estero e portato in Italia pronto per l’utilizzo per rispettare gli accordi internazionali. Cominciano così una serie di piani e progetti per rilanciare l’industria energetica del paese che lo porterà tra i maggiori produttori a livello mondiale di energia elettrica generata tramite lo sfruttamento dell’energia del nucleo.

Una serie di incidenti durante i processi nucleari di arricchimento, di combustione e di smaltimento avvenuti all’estero (tra cui il celeberrimo incidente di Chernobyl del 1986, dall’impatto devastante) portarono l’opinione pubblica a dubitare dell’affidabilità degli impianti e a vivere nel terrore di un’eventuale incidente sul nostro territorio. Furono dunque varati tre referendum abrogativi(FONTE), sintetizzabili nei tre quesiti:

  • L’abrogazione della possibilità da parte dello stato di scegliere il sito di costruzione di un impianto qualora l’ente locale non dia la disponibilità nei tempi previsti.
  • L’abrogazione dei contributi forniti dallo stato agli enti locali ospitanti uno stabilimento nucleare
  • L’abrogazione della legittimità di partecipazione dell’ENEL (al tempo ente statale) in progetti nucleari esteri.

Evidentemente non era previsto alcun divieto alla costruzione di centrali sul nostro territorio. Un fatto che è ancora oggi ignorato da buona parte dell’opinione pubblica. Difatti, la fine del programma nucleare italiano arrivò per ragioni politiche, quando il PLI, i Radicali e il PSI (il cui leader al tempo era Bettino Craxi) cominciarono una campagna di abbattimento dei piani per la costruzione delle centrali, forti di un’opinione pubblica ormai stanca della presenza di questa tecnologia “pericolosa”. Un paese che aveva risposto positivamente ai tre referendum rendendo “quasi ufficiale” il rifiuto alla costruzione di nuovi impianti.

Nel 1990 delle 4 centrali aperte, due avevano pressoché terminato il proprio ciclo utile in termini di investimento, una era già stata soppressa a causa di svantaggio economico mentre l’ultima nata, la centrale di Caorso, venne “spenta” con largo anticipo rispetto alle aspettative e ai progetti con conseguente perdita economica da parte dell’ENEL, al tempo ancora ente statale. Si pensa a un costo complessivo di circa 450 milioni di euro.

Negli anni a seguire l’Italia sfruttò maggiormente i combustibili fossili e fu costretta ad importare dall’estero l’energia per sostenere le carenze. Quest’ultima strategia è tra le più criticate al giorno d’oggi, sia perché l’energia in questione sarebbe prodotta da centrali nucleari paradossalmente situate vicine al confine, in Francia per esempio, sia per l’impatto economico sui cittadini. Si pensi inoltre al black-out del 2003 che ha messo a nudo quanto il nostro paese sia “schiavo” del resto del mondo sul fronte dell’approvvigionamento di energia. Per questo in molti hanno rivalutato la possibilità di un nuovo programma nucleare che possa renderci finalmente indipendenti dalle altre nazioni.

La convenienza economica del nucleare consiste principalmente nell’alto rapporto tra energia prodotta e costo del combustibile. Ogni singolo kg di Uranio produce molta più energia rispetto a un kg di combustibile fossile e i giacimenti, secondo alcune stime, sono destinati a durare ancora per molto tempo. E’ interessante come però i canali mediatici non diffondano, forse volutamente, informazioni chiare circa i costi indiretti della produzione, vero fattore rilevante sul prezzo finale al consumatore del singolo KWh di energia elettrica. Ogni KWh di prodotto risente maggiormente dai costi degli impianti di arricchimento, di fissione, di smaltimento, dello sviluppo, del personale altamente qualificato che del costo del combustile, sollevando notevolmente il prezzo dell’energia.

Il problema ambientale è forse quello al quale la popolazione è più sensibile. Il rischio errore è forse quello più gettonato. E’ importante dire che l’incidente di Chernobyl fu causato da uno scellerato esperimento volto a verificare le possibilità massime di sfruttamento degli impianti. Tutti conoscono il tragico epilogo della vicenda, molti non sanno che si trattò di un’operazione non convenzionale, il che significa che in una situazione di buona condotta difficilmente si verificherebbero episodi simili. Ma nel nostro paese, terra di mafia e criminalità organizzata, possiamo fidarci? Le moderne centrali nucleari garantiscono la sicurezza anche in caso di attacco aereo, non è facile aggirare i sistemi di protezione e i sistemi di sicurezza sfruttano tecnologie in grado di intervenire nei casi più disperati per evitare danni al nucleo. Ma siamo certi di quel che stiamo facendo? Il prezzo da pagare in caso di errore è molto alto.

Come se non bastasse, la centrale produce costantemente rifiuti radiotossici che necessitano di un preciso smaltimento e stoccaggio presso i depositi specificatamente adibiti al contenimento delle radiazioni. I rifiuti possono essere lavorati per essere utilizzati nuovamente in parte come combustibile o in altri scopi civili come la produzione di radiofarmaci per la cura di tumori. In ogni caso la parte di rifiuti non più utilizzabile deve rimanere isolata per lungo tempo, dalla decina a centinaia di migliaia di anni. E’ il tempo necessario al decadimento delle sostanze radioattive per diventare innocue, un processo inevitabilmente lungo che solo madre natura può compiere. Possiamo solo isolarli e attendere. Il processo in sé non comporta la produzione di gas serra perciò, a meno di gravi avvenimenti, il nucleare è una tecnologia a impatto quasi-zero verso l’atmosfera (quasi zero perché comunque i mezzi di estrazione dell’Uranio e del trasporto che sono indispensabili per far funzionare la catena producono gas serra).

All’estero il Nucleare ha trovato grandi consensi, anche tra quei paesi considerati in cima alla classifica degli stati del benessere. In Finlandia per esempio adottano la tecnologia di fissione da anni, con largo consenso della popolazione e la utilizzano in modo intelligente, sfruttando al massimo le energie idroelettriche naturali e usando l’energia dell’atomo per il minimo indispensabile. Di recente la Finlandia ha criticato l’affidabilità dei nostri progetti, forte di una propria esperienza nell’utilizzo di questo tipo di reattori.

Alternative al nucleare effettivamente applicabili oggi non ci sono se non quella di continuare ad utilizzare gas, petrolio e carbone. Le tecnologie per le energie rinnovabili, allo stato dell’arte, non consentono di soddisfare il fabbisogno energetico della nazione che quindi si trova a dover utilizzare ancora il gas, che tra i combustibili fossili è quello meno dannoso per l’ambiente, pur restando comunque un problema sia per quanto riguarda l’inquinamento, sia per quanto riguarda la sua effettiva disponibilità. Per tutto il resto c’è l’energia nucleare, oggi importata dall’estero, che in futuro sarà nuovamente in Italia grazie alle recenti scelte politiche del Governo Berlusconi.

La scelta di reintrodurre la tecnologia comporta evidenti problemi. Innanzitutto il contrasto dell’opinione pubblica, che si divide pressoché a metà sulla questione tra favorevoli e contrari. Tra i più forti contrasti come non nominare quello tra popolo e amministrazioni locali sulla scelta dei siti. Nessuno vuole una centrale nucleare sotto casa, evidentemente, ma tutti vogliono pagare poco per l’energia e consumarne a dismisura, non c’è volontà di ridimensionare i propri bisogni da parte dei più.

La grande contraddizione odierna è che grazie ai referendum del 1987 lo stato non può imporre a un ente locale di costruire un impianto sul proprio territorio e nemmeno può inviare sovvenzioni economiche allo scopo di incentivare un comune ad ospitarne il sito. La battaglia sorta qualche tempo fa che ha coinvolto la Puglia, con l’attuale governatore in prima linea, Nicola Vendola, contro il governo, sul tema della scelta dei siti, parla da sola. Il problema principale, ancora una volta è la competenza degli enti locali, in contrasto con la volontà dell’esecutivo. Se da una parte Roma rappresenta la volontà della maggioranza degli italiani non si può negare che gli organi regionali siano più vicini alla realtà di un territorio, come nel caso della Puglia.

Ancora più assurdo è che nessun paese, il nostro in particolare, sembra fermamente convinto nell’investimento sulle energie rinnovabili che dovrebbero porre fine una volta per tutte al problema della sostenibilità ambientale. Probabilmente allo stato attuale non sarebbe possibile ricavare molto dalle tecnologie “verdi” ma quantomeno avviare un processo di evoluzione delle stesse è necessario e ne abbatterebbe progressivamente i costi. Ritardando lo sviluppo delle stesse si rimanda soltanto il problema al futuro, in cui, ripetiamo, inevitabilmente, cesseranno di esistere le fonti di energia attualmente impiegate. Il nucleare dovrebbe essere solo un “ponte” per attraversare il fiume dell’evoluzione. Una soluzione temporanea, la “meno peggio” del momento, prima di convertirci finalmente allo sfruttamento pulito del pianeta.

Inoltre il nucleare può rappresentare una soluzione, almeno provvisoria, che permetterebbe di lasciare i combustibili fossili rimasti ai paesi in via di sviluppo che non sono ancora in grado di sfruttare l’energia del nucleo dell’atomo. In questo senso si otterrebbe un doppio beneficio a scapito però della sicurezza del cittadino sul lungo termine (minata dal rischio rappresentato dalle scorie, gestite da paesi dalla dubbia stabilità politica).

Per concludere è importante sottolineare come alcuni particolari sul nucleare (sia pro che contro) anche se di pubblica notorietà vengono tendenzialmente occultati probabilmente per soddisfare alcuni interessi: da una parte quelli dell‘industria dei combustibili fossili (occultando i pro), dall’altra quelli dei grandi gruppi internazionali come  Edison interessati allo sviluppo dei propri investimenti in più paesi possibile (occultando i contro). Inoltre c’è da chiedersi se in paesi come il nostro in cui la criminalità organizzata è potente, sia saggio avviare operazioni così “delicate” per la salute dei cittadini stessi, specialmente dopo i problemi sorti nel meridione in merito al folle e incontrollato accumulo di rifiuti, anche tossici. Un incidente del genere con le scorie nucleari avrebbe senza dubbio un impatto di molto superiore sul territorio.

Nonostante si faccia pubblicità all’Atomo per sopperire al problema del Global Warming (ancora, pubblicità negativa o positiva) c’è comunque la volontà di disinformare il cittadino sul tema già di per sé chiaro a pochi. Essendo una tecnologia avanzata è molto facile giocare sull’ignoranza della gente per fuorviare l’opinione pubblica ed è per questo che è importante compiere le proprie scelte sempre informati sugli argomenti che più da vicino ci toccano, come questo in cui c’è in gioco la salute di un intero pianeta.

Daniele Faugiana

Fonti:

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