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Posts Tagged ‘Crisi’

NON GIOCHIAMO AL ’68

28 novembre 2010 1 commento

Non giochiamo al ’68, ma diamo una identità nuova alla protesta. Non ripetiamo quei vecchi slogan sbiaditi, né quelle iniziative che avevano un senso e un inizio quarant’ anni fa. Forse i sessantottini avevano più fantasia di noi, al tempo. Siamo giovani e intelligenti, perché ispirarsi ai dinosauri della protesta? Questa è un’altra Italia, un altro mondo con priorità e logiche inedite.  Guardiamoci negli occhi, non stiamo combattendo per una società alternativa e diversa come nel ’68, nonostante tutto questa fa ancora comodo e non abbiamo idee. Non abbiamo idee, né entusiasmi e non si parla di pace, di libertà e uguaglianza, qua non si fa la rivoluzione,  abbiamo solo molta angoscia. Il futuro ci tormenta e non c’è spazio per hippies e capelloni, siamo impauriti, disorientati e arrabbiati e per nulla vicini a quell’ideale zen-pacifista e radical.

La rabbia.  Non si direbbe, ma abbiamo molta più rabbia di quarant’ anni fa. Rabbia mista al vuoto, nichilismo, niente da perdere.  Siamo più pericolosi. Chi sono? Dipende. Cosa voglio? Un futuro, perdio, l’opportunità di sapere chi sono, chi sarò, chi vorrò essere. Almeno credo. Stiamo lottando per un futuro, non per la società, non per più diritti, né per la pace, niente di tutto questo.  Sarà molto più semplice poi dimenticarci di queste nostre lotte quando magari avremo la nostra casetta con giardino, automobile, garage, moglie e figli. Idealmente non abbiamo investito niente in Leggi tutto…

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STALLO POLITICO E MOVIMENTI DAL BASSO

27 maggio 2010 Lascia un commento

E’ innegabile: un clima di sfiducia e scontentezza aleggia in maniera sempre piu’ avvolgente attorno a quella che dovrebbe essere il fondamento stabile di ogni società, la classe politica.

Ed è proprio il popolo, linfa vitale della democrazia, a sentirsi sempre meno rappresentato dai governi che si stanno susseguendo nelle ultime legislature. Che sta succedendo? Dove è finita l’identità politica che si è, storicamente, tanto faticato a creare? E’ sicuramente scalfita, minata alle basi da cio’ che ci stiamo abituando a vedere e sentire ogni giorno: un parlamento immobile, una crisi economica senza fine (nonostante i continui appelli ottimistici), imprese falliscono, disoccupazione(800.000 nuovi disoccupati nel biennio 2008-2010), malasanità e corruzione. Una società civile in balia di se’ stessa, bombardata solo di tante parole, che rimangono tali.
Politici indistinguibili
nei propri schieramenti propongono programmi e soluzioni ormai sovrapponibili e sempre meno efficaci a livello pratico, confermando -si noti- le “profezie”  schumpeteriane del ’42.

E’ in questo momento che l’ identità politica dei molti implode: chi scegliere quando si è in cabina elettorale? Da chi farsi rappresentare? Dal solito“migliore tra i peggiori”?
Magari meglio astenersi e non esercitare il proprio diritto, basti pensare che alle ultime elezioni regionali, tenutesi nel marzo 2010, hanno votato meno della metà degli aventi diritto.

Negli ultimi tempi, scrutando tra le nebbie di questo clima malsano, osserviamo la ricomparsa sulla scena politica -come un fiume carsico- di movimenti e correnti che sgorgano dal basso, che nascono col puro intento di opposizione alle politiche vigenti e finiscono per essere propositivi e vicini agli interessi dei votanti. Direttamente nelle piazze, nelle università e sempre più frequentemente sulla rete. Alla base c’è un’idea precisa e c’è voglia di cambiamento, di un’alternativa a cui aggrapparsi ed in cui credere. Ma c’è soprattutto concretezza nelle proposte e nelle riforme presentate, nessuna teorizzazione utopica, ma tentativi di rovesciamento concreti e istanze propositive di fronte a problemi altrettanto concreti. Tali soluzioni possono essere condivisibili o meno, estremiste o moderate, ad ogni modo ci sono e questo alla popolazione piace e dà sicurezza.
L’esempio piu’ eclatante in questo senso è il caso della Lega Nord, nata nel 1989, la quale poggia le proprie basi su ideali forti e radicali. Chiari segnali del consenso crescente che questo movimento sta ottenendo nella popolazione italiana sono arrivati dalle recenti regionali: la Lega ha vinto in svariate regioni del Nord (in regioni come il Veneto ed il Piemonte ha demolito anche il PDL) e si è insediata in maniera forte nelle città storicamente “roccaforti” di partiti di centrosinistra o centrodestra.

Altro esempio, che è impossibile non citare,  è il Movimento 5 stelle fondato da Beppe Grillo, movimento nato da un blog 5 anni fa e tra i primi a sfruttare a pieno l’enorme potenziale della rete. Ha toccato problemi sentiti da gran parte della popolazione declinandoli in un’ottica progressista e moderna, in netto contrasto con l’immobilismo culturale e sociale che imperversa nel paese.
Il blog ha ottenuto presto un seguito tale da poter organizzare un vero e proprio movimento politico che ad oggi conta numerosi consiglieri in giro per i comuni italiani, fino a raggiungere un importante 7% in Emilia Romagna surclassando anche l’UDC, partito storicamente piu’ radicato.

Pessimo è il tentativo di soffocare questi movimenti che ascoltano e rappresentano, piu’ e meglio di molti partiti “mainstream“, la volontà popolare. Significa ignorare l’insoddisfazione palese di gran parte del popolo ed alimentare così focolai di ribellione irrazionale e smarrimento.

Un esempio di ciò è probabilmente il tentativo dello schieramento di centrosinistra di incolpare il Movimento 5 stelle della perdita di regioni come il Piemonte alle ultime elezioni regionali. Secondo alcuni infatti, il 5% “rubato” dal 5 stelle avrebbe causato la disfatta del PD alla presidenza regionale (tranne che nella città di Torino).

E’ in realtà facile rendersi conto che questa analisi politica non abbia una base sensata, per due motivi.
Prima di tutto il pensare che nessun elettore di centrodestra abbia scelto di votare Beppe Grillo è una follia.  E’ ben noto che esistono elettori di destra che non si sentono più rappresentati dalle tinte scolorite del PDL e che sperano dunque in un’alternativa liberale più moderna, è sufficiente girare sulla sfera blog di internet, compreso quello del 5 Stelle per trovarne.

Inoltre la sconfitta di Mercedes Bresso, uscente dall’incarico di Governatore della Regione Piemonte, è stata minata fortemente dall’astensionismo degli insoddisfatti, stufi di oscillare tra uno schieramento e l’altro senza mai ritrovare un minimo di soddisfazione nelle proprie aspettative. Quelli che hanno votato il MoVimento probabilmente, in mancanza di questo, si sarebbero uniti agli astenuti.

Osservando l’elettore medio di un movimento, o comunque il simpatizzante, è evidente una nota di autocelebrazione, di forte orgoglio nell’ esser parte di un grosso gruppo di persone. Questo è, tra l’altro, un requisito fondamentale per dar vigore a un’organizzazione che parte dal basso priva dei  numeri e della stabilità di un partito che magari affonda le proprie radici nella storia d’Italia. Altri due ingredienti, anch’essi imprescindibili, sono ideali ben delineati e naturalmente un leader carismatico. Un individuo (di solito il fondatore) in cui impersonificare tutta l’essenza del gruppo.

I leader di un movimento popolare solitamente differiscono da quelli di un partito nel rapporto con i sostenitori.

Beppe Grillo è un personaggio che fa molto affidamento sulla sua immagine, anche in seguito alla carriera da attore, rimanendo vicino alla gente comune; ma anche Mario Borghezio che, nel suo passeggiare tra i mercati delle città del Nord, incontra i propri sostenitori e discute con loro, come farebbe con un qualsiasi vicino di casa.
Questa sensazione di vicinanza e di concreta prossimità con i propri rappresentanti induce una certa fiducia nella gente. Ulteriormente invogliata a votare qualcuno che conosce da vicino.

Ecco che si sceglie di cambiare aria votando per un’alternativa che abbia chiare idee e che le illustri con parole comprensibili a tutti, contro ogni ambiguità. Che dimostri di essere vicina ai cittadini, che ne parli lo stesso linguaggio e agisca direttamente sul territorio, e non lassù in alto, come divinità intoccabili a portata di voto. E basta.


Daniele Faugiana

Redazione a cura di Chiara Paci

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L’OMBRA DEL “SALVATAGGIO”: EUROPA A RISCHIO DEFAULT

15 maggio 2010 Lascia un commento

Orientarsi nella schizofrenia dilagante delle notizie sull’economia non è cosa semplice. Soprattutto in questo periodo. L’attuale crisi -a quanto pare- sembra avere poco a che fare con l’ ‘antenata’ del 1929, che mise in ginocchio l’occidente. Dopo pochi giorni di caos greco i mercati magicamente rialzano anche di 10 punti percentuali, le ombre nere paiono dissolversi e un nuovo ottimismo fatto di promesse e piani di salvataggio sembra pervadere l’Europa. Dobbiamo fidarci?

Dobbiamo innanzitutto distinguere bene tra economia reale e economia finanziaria. Le crisi economiche, per come le conosciamo storicamente, non scorrono in pochi giorni, ma queste che viviamo sembrano avere durata brevissima. Pazienti immaginari? In realtà si tratta di crisi finanziarie e quelle economiche ne sono spesso il frutto. L’economia reale subisce costantemente la scarica predatoria delle borse e delle speculazioni dell’economia finanziaria. La vera crisi è sempre quella dell’economia reale, non facciamoci illudere dai rialzi di borsa o dalle continue altalene di Wall Street.

I tempi stessi delle due economie sono profondamente diacronici e diversi. Guardare al mondo delle borse è come guardare alle stelle. La luce che arriva a noi da una qualsiasi stella è una luce antica, emessa migliaia di anni fa. Quella stessa stella potrebbe aver già cessato di esistere da tempo, ma noi probabilmente ci accorgeremo di questo solo fra qualche altro migliaio di anni.Gli effetti sull’economia reale sono effetti che arrivano da lontano e che certamente non risentono delle microvariazioni giornaliere delle borse. La crisi ormai ci perseguita dal 2006 e non potranno essere dei +10,1 di un martedì di maggio a risanare una situazione ormai compromessa a livello economico-sociale. Sono necessarie risposte politiche forti.

L’ottimismo e il rialzo delle borse è sbocciato dalla decisione dell’Ecofin che dopo 14 ore di dibattito, ha delineato misure di salvataggio della zona euro per il valore di 720 miliardi di euro: 440 dagli stati europei, 220 dal Fondo Monetario Internazionale, il restante dalla Commissione Europea, tutto condito con l’impegno della Banca Centrale Europea ad acquistare titoli di stato dei paesi in difficoltà.
440 miliardi di euro dagli stati europei sono una cifra spropositata (considerando anche che il Regno Unito non contribuirà). Sappiamo che l’Italia sborserà 5 miliardi. Anche ipotizzando che gli altri stati dell’euro zona dovessero offrire il doppio per testa, la cifra di 440 miliardi parrebbe ancora molto lontana. E allora, come si fa? Dobbiamo presumere che questi soldi deriveranno da altro debito a carico degli stati creditori (e perciò debitori). Nuovo debito per risanare altro debito. La logica è quella di scavare una buca per coprirne un’altra.

Abbiamo detto che la BCE si impegnerà ad acquistare titoli di stato dei paesi in difficoltà (fra l’altro contravvenendo a norme europee che formalmente non lo permettono): acquistare titoli di stato significa immettere nuova liquidità nel mercato, immettere nuova moneta, nuovo denaro. Finchè l’economia rallenta e va in deflazione e le banche non prestano, non c’e’ il rischio di avere immediatamente iperinflazione, ma tale possibilità permane; e permane l’ombra di un nuovo 1929, di un indebolimento vertiginoso della moneta europea e dell’ UE stessa, che rischia di sfasciarsi o di abbracciare l’ipotesi delle “due velocità”.

In sostanza, queste politiche di ‘salvataggio’ probabilmente avranno un effetto positivo nel breve periodo, ma saranno solo palliativi che andranno a creare nuovo debito pubblico per risanarne altro. Siamo su una nave che continua ad imbarcare acqua da tutti i lati e per coprire alcune falle, ne creiamo di nuove: meccanismo che non potrà essere eterno. Dobbiamo essere cauti. Crisi future sull’onda dell’attuale saranno nuovi pezzi del mosaico economico-sociale che stiamo vivendo: un distruttivo default del sistema, che potrà mettere in ginocchio l’economia reale portando lacrime e sangue. Il 1929, quell’antenato dimenticato, non ci sembrerà poi così distante.

Rapporto Debito Pubblico/Pil del 2006

Luca Ciccarese

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PRIMO MAGGIO IN GRECIA

1 maggio 2010 Lascia un commento

Violenti scontri si sono verificati oggi  e nei giorni precedenti in una Grecia martoriata dalla crisi e decapitata dalle politiche di austerity previste dal governo. Nel giorno di festa che dal 1886 celebra i diritti dei lavoratori, i cittadini greci si trovano a dover lottare per il proprio futuro. Le proteste di questi giorni sono state numerose e violente; abbiamo visto persone disperate manifestare per la loro dignità calpestata. Esprimere solidarietà al popolo greco è il modo migliore per ricordarci della profonda e radicata rilevanza simbolica del primo maggio, festa dei lavoratori.


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Luca Ciccarese

CRACK IN GRECIA. FINANZA 1 – ECONOMIA REALE 0

29 aprile 2010 Lascia un commento

“Negli ultimi venti anni abbiamo assistito al progressivo dilatarsi della dimensione della finanza globale, fino ad essere del tutto svincolata dalle esigenze dell’economia reale. Con un ribaltamento di paradigma, la finanza da ancilla e’ divenuta domina” Carlo Azeglio Ciampi

La politica sarà investita da tensioni di enorme portata, che spazzeranno via interi sistemi. Non è una quartina di Nostradamus, ma un possibile scenario dopo il crack della Grecia. Il dominio della finanza sull’economia reale e sulla politica sembra infatti in questi ultimi tempi esternarsi in tutta la sua immorale e irresponsabile potenza. Le proporzioni della crisi greca sono certo modeste in rapporto all’intera Unione Europea, ma aprono una finestra speculativa “perfetta” per rovinare un paese e contagiare gli altri.
Speculare
contro i paesi “fragili” sul piano finanziario diventa una ghiotta occasione per nuovi profitti che possano risollevare un po’ i bilanci delle numerose banche provate dalla crisi. La finanza inizia a guadagnare chiedendo tassi d’interesse più alti (per comprare i titoli di stato decennali di Atene si chiede ora un rendimento di 7 punti percentuali più alto dei Bot tedeschi quando due mesi fa era di quattro punti), scommette sul deprezzamento del valore dei titoli pubblici e  sull’insolvibilità del governo di Atene.

I grandi speculatori di Wall Street sanno bene che il dollaro, l’architrave della finanza mondiale, dovrà cedere (è infatti impossibile rifinanziare la valanga di titoli del debito pubblico statunitense che verrà a scadere fra pochi mesi). Perciò va fatta crollare l’alternativa monetaria disponibile, l’euro, e creare un bisogno forzoso ed estremo di dollari.

E così con i meccanismi da loro manovrati attraverso spaventose entità criminali (le agenzie di rating), gli speculatori decidono i tempi e i modi dei crolli, su cui hanno scommesso montagne di soldi con la certezza di vincere.  La Banca Centrale Europea non può acquistare i bond spagnoli o greci se il loro rating non raggiunge una certa soglia. Così, chi decide il rating può decidere quando e come far cadere i pezzi di un sistema, Stati interi. Il rating della Spagna intanto, è stato già abbassato portando un clima di panico nell’ UE.

Se nel 2008-2009 i “soliti ignoti”  vampiri della finanza affossavano le banche, gravate di scommesse impossibili su debitori insolventi, oggi affossano addirittura gli Stati sovrani. La politica, per coprire i debiti,  avrà scelte estremamente costose da fare: aumentare le imposte, scatenare l’inflazione per ridurre il peso del debito, altrimenti fare bancarotta.

Tempisticamente perfetto d’altronde è stato l’annuncio delle banche Goldman Sachs e JP Morgan Chase: non più “soli” 45 miliardi di euro per salvare Atene, ma almeno 600 miliardi di euro. Cifra superiore a quella che martoriò le casse Usa per impedire il collasso totale nel 2008, quando i contribuenti furono salassati per 700 miliardi di dollari, una parte dei quali spudoratamente finiti nei bonus dei manager. Adesso i contribuenti, cioè coloro che dovranno pagare indirettamente la crisi greca, potremmo essere noi in quanto cittadini europei. I manager con i portafogli gonfi saranno invece sempre gli stessi. Come afferma il filosofo Umberto Galimberti, la nuova  lotta di classe del XXI secolo è quella tra economia reale e finanza.

Paradossalmente, le vittime sacrificali di questa crisi- gli Stati-  sono stati spesso gli stessi che attraverso i propri governanti avevano osannato la liberalizzazione della finanza e consentito la speculazione.

Ancora oggi gli Stati continuano a credere che sia bene lasciare i mercati di finanza e monete senza vincoli e tasse. La politica sembra incapace di pensare a dinamiche diverse nel rapporto tra bene comune e interessi privati, finanza ed economia reale, capitale e lavoro. Prigioniera di una visione del mondo neoliberista. Nuova ideologia totalizzante e irresponsabile.

Finiamo in ‘bellezza’; Federico Rampini su «la Repubblica» del 29 aprile 2010 scrive: «Un’inchiesta del Department of Justice accusa i più importanti hedge fund (Soros, Paulson, Grenlight, Sac capital) di aver concordato un attacco simultaneo all’euro, in una cena segreta l’8 febbraio a Wall Street. Il giorno dopo, 9 febbraio, al Chicago Mercantile Exchange i contratti futures che scommettevano su un tracollo dell’euro erano schizzati oltre 54.000, un record storico. Con Goldman Sachs e Barclays in buona vista nelle cronache su quelle grandi manovre.»


Che altro aggiungere?

Luca Ciccarese

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REGIONALI 2010: PERDENTI E VINCITORI

1 aprile 2010 2 commenti

I risultati delle elezioni regionali 2010 fotografano una realtà sicuramente molto differente da quella delle precedenti, relative al 2005. In quest’ ultime infatti il centrosinistra si aggiudicava ben 11 regioni, il centrodestra solamente 2.

Oggi, di fronte ai risultati regionali 2010, è evidente l’ avanzata del centrodestra che 5 anni dopo conquista 4 regioni in più, a scapito dell’opposizione.

Molti notiziari televisivi hanno giustamente rilevato questo importante recupero del governo Berlusconi. L’analisi politologica dei risultati non è andata oltre, salvo osservare una crescita dell’astensionismo del 13% rispetto alle regionali 2005 e del 6% circa rispetto alle europee 2009.

E’ stato utile rilevare solo questo? Da cinque anni a questa parte molto è mutato nel panorama politico italiano, chiaro è che è legittimo e doveroso confrontare i risultati tra le regionali del 2010 e quelle del 2005, si tratta naturalmente di una necessaria valutazione sull’andamento dei singoli governi delle regioni.

Tuttavia prima di queste elezioni si è parlato molto di “referendum sul governo in carica”.

Ora, la coalizione Pdl-Lega guida il paese dal 2008, la valutazione sul “governo in carica” avrebbe perciò avuto un senso con un confronto a partire da tale data. Nel 2005 era invece ancora in carica il precedente governo Berlusconi, che avrebbe perso successivamente le elezioni del 2006, per poi tornare a conquistare un nuovo mandato nel 2008, dopo il crollo del governo Prodi.

Il panorama “regionali 2005” era perciò totalmente diverso: dal confronto 2010-2005 possiamo estrapolare solamente una valutazione -per quanto ponderata- sul governo regionale, ma si tratta di una forzatura cercarvi una effettiva valutazione sul governo in carica (anche considerando l’enorme astensionismo).

Il dato in realtà più impressionante e rilevante, confrontando i risultati elettorali di queste elezioni con le europee dello scorso anno, è: la perdita del 9% da parte del Pdl, la relativa stabilità di Pd e Idv, l’importante crescita della Lega Nord, infine la comparsa sulla scena politica del Movimento a 5 stelle di Beppe Grillo che, candidandosi in sole 5 regioni sulle 13 in questione, ha ottenuto ben l’1,77 % su base nazionale.

Guardando invece al confronto con le politiche del 2008, vediamo un Pd al 33% circa, che ci fa osservare una perdita di voti del 7% rispetto alle successive elezioni 2009 e 2010; vediamo una Lega più debole del 2%, una Idv con metà dei voti (“percentualmente” parlando) rispetto agli attuali; l’Udc ha invece, nel corso delle tre elezioni in questione, un andamento altalenante.

Bisogna comunque osservare che nelle politiche 2008 molto ha contato anche il così detto “voto utile” che probabilmente ha spostato parte dei voti dell’Udc verso il Pdl (che infatti ha poi recuperato un 2% nelle europee); per la stessa ragione è spiegabile anche il 7% in più del Pd derivante probabilmente da un voto utile dell’ elettorato di partiti più a sinistra.

Complessivamente il Pd è perciò rimasto in una posizione stabile, il Pdl ha in realtà perso molto dal 2009 al 2010, ed i reali beneficiari di queste elezioni sono state la Lega, il Movimento a 5 stelle e l’astensionismo.

Probabilmente il Pdl ha pagato il suo evidente allontanamento dalle problematiche economico-sociali del paese (a favore di altri temi in agenda, quali giustizia ecc..), in un momento davvero difficile a livello di economia reale. Il Pd è rimasto fondamentalmente stabile e ha mantenuto un suo elettorato senza ottenere niente in più: un risultato frutto di una radicata mancanza di personalità di partito, di carenza di proposte politiche realmente alternative, di una reiterata assenza dalla società civile vera e propria (salvo qualche incontro con operai poco prima delle elezioni).

Chi ha veramente vinto queste elezioni? Non certo il Pd, nè il Pdl: un fallimento evidente del bipolarismo.

La crescita della Lega Nord e del Movimento a 5 stelle testimonia invece una esigenza diversa respirabile nel Paese, un bisogno di politica che parli con le persone, che non si chiuda nei palazzi del potere, che cammini per strada radicandosi e crescendo nel cuore pulsante della società civile.

Questi due partiti -naturalmente- sono nettamente diversi in termini di idee ed ideali, ma entrambi sono riusciti ad intercettare nuove tendenze e nuove aspirazioni: la Lega sostiene il suo “popolo”, lo nutre con il buon governo a livello comunale, provinciale, locale, territoriale e convince anche nelle regioni tradizionalmente rosse intercettando il voto di molti operai (guardando anche alla progressiva perdita di voti dei partiti di estrema sinistra), optando da sempre per risposte semplici e fin troppo dirette -ma elettoralmente efficaci- a problematiche sociali di vario genere. Il Movimento a 5 stelle nasce invece dalla demonizzata “antipolitica” di Grillo, un’antipolitica che dall’inizio ha cominciato a parlare alle piazze e nei new media, ad urlare la sua rabbia e frustrazione, e che con l’ 1,77% in sole 5 regioni ha avuto un suo legittimo e inaspettato successo.

Successo che ha tolto probabilmente spazio e voti ad un partito altrettanto “arrabbiato” e “mordace” quale l’Idv di Di Pietro: ciò spiegherebbe la sua leggerissima flessione rispetto alle europee 2009 (dal 7,99 al 7,27).

Infine, chi è stato danneggiato dall’astensionismo? Probabilmente più il centrodestra (Lega esclusa): se guardiamo alle europee 2009 vediamo infatti che chi ha perso più voti sono Udc e Pdl, gli altri hanno tutti mantenuto una posizione stabile e un loro elettorato costante (alcuni accrescendolo). L’asse Udc-Pdl che perde voti di fronte ad uno sfrenato astensionismo testimonia una confusione sempre maggiore e una sfiducia di fondo da parte di un elettorato non ancora conquistato dal Pdl e che sta fondamentalmente tra centro e centrodestra. Non così convinto dal governo in carica per recarsi alle urne confermandogli la fiducia, nè dall’opposizione dell’Udc piuttosto assente e vacua nell’ultimo anno.

Ma allora, alla fine chi ha vinto? Non la politica tradizionale, nè gli “old” media broadcasting. Ha vinto la comunicazione a due, quella diretta, quella di strada, quella dei new media e dei blog. Piaccia o non piaccia, ha vinto la realtà.

REGIONALI

2010

EUROPEE 2009 POLITICHE 2008
Camera Senato
POPOLO DELLA LIBERTA’ 26,8 35,26 37,39 38,17
PARTITO DEMOCRATICO 26,1 26,13 33,17 33,7
LEGA NORD 12,28 10,2 8,3 8,06
ITALIA DEI VALORI 7,27 7,99 4,37 4,32
UDC 5,57 7,5 5,62 5,69
SINISTRA ECOLOGIA E LIBERTA’ 3,03 3,12
FEDERAZIONE DELLA SINISTRA 2,74 3,38
MOVIMENTO A CINQUE STELLE 1,77
LA DESTRA 0,71
VERDI 0,67
ALLEANZA PER L’ITALIA 0,58
LISTA BONINO PANNELLA 0,56 2,42

Luca Ciccarese

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