L’OMBRA DEL “SALVATAGGIO”: EUROPA A RISCHIO DEFAULT

15 maggio 2010 Lascia un commento

Orientarsi nella schizofrenia dilagante delle notizie sull’economia non è cosa semplice. Soprattutto in questo periodo. L’attuale crisi -a quanto pare- sembra avere poco a che fare con l’ ‘antenata’ del 1929, che mise in ginocchio l’occidente. Dopo pochi giorni di caos greco i mercati magicamente rialzano anche di 10 punti percentuali, le ombre nere paiono dissolversi e un nuovo ottimismo fatto di promesse e piani di salvataggio sembra pervadere l’Europa. Dobbiamo fidarci?

Dobbiamo innanzitutto distinguere bene tra economia reale e economia finanziaria. Le crisi economiche, per come le conosciamo storicamente, non scorrono in pochi giorni, ma queste che viviamo sembrano avere durata brevissima. Pazienti immaginari? In realtà si tratta di crisi finanziarie e quelle economiche ne sono spesso il frutto. L’economia reale subisce costantemente la scarica predatoria delle borse e delle speculazioni dell’economia finanziaria. La vera crisi è sempre quella dell’economia reale, non facciamoci illudere dai rialzi di borsa o dalle continue altalene di Wall Street.

I tempi stessi delle due economie sono profondamente diacronici e diversi. Guardare al mondo delle borse è come guardare alle stelle. La luce che arriva a noi da una qualsiasi stella è una luce antica, emessa migliaia di anni fa. Quella stessa stella potrebbe aver già cessato di esistere da tempo, ma noi probabilmente ci accorgeremo di questo solo fra qualche altro migliaio di anni.Gli effetti sull’economia reale sono effetti che arrivano da lontano e che certamente non risentono delle microvariazioni giornaliere delle borse. La crisi ormai ci perseguita dal 2006 e non potranno essere dei +10,1 di un martedì di maggio a risanare una situazione ormai compromessa a livello economico-sociale. Sono necessarie risposte politiche forti.

L’ottimismo e il rialzo delle borse è sbocciato dalla decisione dell’Ecofin che dopo 14 ore di dibattito, ha delineato misure di salvataggio della zona euro per il valore di 720 miliardi di euro: 440 dagli stati europei, 220 dal Fondo Monetario Internazionale, il restante dalla Commissione Europea, tutto condito con l’impegno della Banca Centrale Europea ad acquistare titoli di stato dei paesi in difficoltà.
440 miliardi di euro dagli stati europei sono una cifra spropositata (considerando anche che il Regno Unito non contribuirà). Sappiamo che l’Italia sborserà 5 miliardi. Anche ipotizzando che gli altri stati dell’euro zona dovessero offrire il doppio per testa, la cifra di 440 miliardi parrebbe ancora molto lontana. E allora, come si fa? Dobbiamo presumere che questi soldi deriveranno da altro debito a carico degli stati creditori (e perciò debitori). Nuovo debito per risanare altro debito. La logica è quella di scavare una buca per coprirne un’altra.

Abbiamo detto che la BCE si impegnerà ad acquistare titoli di stato dei paesi in difficoltà (fra l’altro contravvenendo a norme europee che formalmente non lo permettono): acquistare titoli di stato significa immettere nuova liquidità nel mercato, immettere nuova moneta, nuovo denaro. Finchè l’economia rallenta e va in deflazione e le banche non prestano, non c’e’ il rischio di avere immediatamente iperinflazione, ma tale possibilità permane; e permane l’ombra di un nuovo 1929, di un indebolimento vertiginoso della moneta europea e dell’ UE stessa, che rischia di sfasciarsi o di abbracciare l’ipotesi delle “due velocità”.

In sostanza, queste politiche di ‘salvataggio’ probabilmente avranno un effetto positivo nel breve periodo, ma saranno solo palliativi che andranno a creare nuovo debito pubblico per risanarne altro. Siamo su una nave che continua ad imbarcare acqua da tutti i lati e per coprire alcune falle, ne creiamo di nuove: meccanismo che non potrà essere eterno. Dobbiamo essere cauti. Crisi future sull’onda dell’attuale saranno nuovi pezzi del mosaico economico-sociale che stiamo vivendo: un distruttivo default del sistema, che potrà mettere in ginocchio l’economia reale portando lacrime e sangue. Il 1929, quell’antenato dimenticato, non ci sembrerà poi così distante.

Rapporto Debito Pubblico/Pil del 2006

Luca Ciccarese

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L’ULTIMA LETTERA DI ALDO MORO, 32 ANNI FA

9 maggio 2010 Lascia un commento

Il 9 maggio 1978, dopo 55 giorni di prigionia brigatista, il corpo di Aldo Moro veniva ritrovato privo di vita nel baule posteriore di una Renault 4 rossa a Roma, in via Caetani. Esattamente 32 anni fa il popolo italiano perdeva tragicamente le speranze per una riconciliazione politico-sociale in un paese lacerato. Ancora molte ombre permeate da interessi italiani e esteri e da giochi di potere gravano sulla morte del segretario Dc. Queste le sue ultime parole alla moglie, dalla prigionia, pochi giorni prima della fine.

“Mia dolcissima Noretta,

dopo un momento di esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell’incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l’indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. Essa va detto con fermezza così come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. E’ poi vero che moltissimi amici (ma non ne so i nomi) o ingannati dall’idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare. E questo è tutto per il passato. Per il futuro c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in una unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore.
Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca), Anna, Mario il piccolo non nato, Agnese, Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto. Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo…
(lettera incompiuta)

(Recapitata il 5 maggio)

Luca Ciccarese


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PRIMO MAGGIO IN GRECIA

1 maggio 2010 Lascia un commento

Violenti scontri si sono verificati oggi  e nei giorni precedenti in una Grecia martoriata dalla crisi e decapitata dalle politiche di austerity previste dal governo. Nel giorno di festa che dal 1886 celebra i diritti dei lavoratori, i cittadini greci si trovano a dover lottare per il proprio futuro. Le proteste di questi giorni sono state numerose e violente; abbiamo visto persone disperate manifestare per la loro dignità calpestata. Esprimere solidarietà al popolo greco è il modo migliore per ricordarci della profonda e radicata rilevanza simbolica del primo maggio, festa dei lavoratori.


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Luca Ciccarese

CRACK IN GRECIA. FINANZA 1 – ECONOMIA REALE 0

29 aprile 2010 Lascia un commento

“Negli ultimi venti anni abbiamo assistito al progressivo dilatarsi della dimensione della finanza globale, fino ad essere del tutto svincolata dalle esigenze dell’economia reale. Con un ribaltamento di paradigma, la finanza da ancilla e’ divenuta domina” Carlo Azeglio Ciampi

La politica sarà investita da tensioni di enorme portata, che spazzeranno via interi sistemi. Non è una quartina di Nostradamus, ma un possibile scenario dopo il crack della Grecia. Il dominio della finanza sull’economia reale e sulla politica sembra infatti in questi ultimi tempi esternarsi in tutta la sua immorale e irresponsabile potenza. Le proporzioni della crisi greca sono certo modeste in rapporto all’intera Unione Europea, ma aprono una finestra speculativa “perfetta” per rovinare un paese e contagiare gli altri.
Speculare
contro i paesi “fragili” sul piano finanziario diventa una ghiotta occasione per nuovi profitti che possano risollevare un po’ i bilanci delle numerose banche provate dalla crisi. La finanza inizia a guadagnare chiedendo tassi d’interesse più alti (per comprare i titoli di stato decennali di Atene si chiede ora un rendimento di 7 punti percentuali più alto dei Bot tedeschi quando due mesi fa era di quattro punti), scommette sul deprezzamento del valore dei titoli pubblici e  sull’insolvibilità del governo di Atene.

I grandi speculatori di Wall Street sanno bene che il dollaro, l’architrave della finanza mondiale, dovrà cedere (è infatti impossibile rifinanziare la valanga di titoli del debito pubblico statunitense che verrà a scadere fra pochi mesi). Perciò va fatta crollare l’alternativa monetaria disponibile, l’euro, e creare un bisogno forzoso ed estremo di dollari.

E così con i meccanismi da loro manovrati attraverso spaventose entità criminali (le agenzie di rating), gli speculatori decidono i tempi e i modi dei crolli, su cui hanno scommesso montagne di soldi con la certezza di vincere.  La Banca Centrale Europea non può acquistare i bond spagnoli o greci se il loro rating non raggiunge una certa soglia. Così, chi decide il rating può decidere quando e come far cadere i pezzi di un sistema, Stati interi. Il rating della Spagna intanto, è stato già abbassato portando un clima di panico nell’ UE.

Se nel 2008-2009 i “soliti ignoti”  vampiri della finanza affossavano le banche, gravate di scommesse impossibili su debitori insolventi, oggi affossano addirittura gli Stati sovrani. La politica, per coprire i debiti,  avrà scelte estremamente costose da fare: aumentare le imposte, scatenare l’inflazione per ridurre il peso del debito, altrimenti fare bancarotta.

Tempisticamente perfetto d’altronde è stato l’annuncio delle banche Goldman Sachs e JP Morgan Chase: non più “soli” 45 miliardi di euro per salvare Atene, ma almeno 600 miliardi di euro. Cifra superiore a quella che martoriò le casse Usa per impedire il collasso totale nel 2008, quando i contribuenti furono salassati per 700 miliardi di dollari, una parte dei quali spudoratamente finiti nei bonus dei manager. Adesso i contribuenti, cioè coloro che dovranno pagare indirettamente la crisi greca, potremmo essere noi in quanto cittadini europei. I manager con i portafogli gonfi saranno invece sempre gli stessi. Come afferma il filosofo Umberto Galimberti, la nuova  lotta di classe del XXI secolo è quella tra economia reale e finanza.

Paradossalmente, le vittime sacrificali di questa crisi- gli Stati-  sono stati spesso gli stessi che attraverso i propri governanti avevano osannato la liberalizzazione della finanza e consentito la speculazione.

Ancora oggi gli Stati continuano a credere che sia bene lasciare i mercati di finanza e monete senza vincoli e tasse. La politica sembra incapace di pensare a dinamiche diverse nel rapporto tra bene comune e interessi privati, finanza ed economia reale, capitale e lavoro. Prigioniera di una visione del mondo neoliberista. Nuova ideologia totalizzante e irresponsabile.

Finiamo in ‘bellezza’; Federico Rampini su «la Repubblica» del 29 aprile 2010 scrive: «Un’inchiesta del Department of Justice accusa i più importanti hedge fund (Soros, Paulson, Grenlight, Sac capital) di aver concordato un attacco simultaneo all’euro, in una cena segreta l’8 febbraio a Wall Street. Il giorno dopo, 9 febbraio, al Chicago Mercantile Exchange i contratti futures che scommettevano su un tracollo dell’euro erano schizzati oltre 54.000, un record storico. Con Goldman Sachs e Barclays in buona vista nelle cronache su quelle grandi manovre.»


Che altro aggiungere?

Luca Ciccarese

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BERLUSCONI-FINI, LO SCONTRO. IL RE E’ NUDO?

22 aprile 2010 Lascia un commento

Che Fini fosse in rotta di collisione col Presidente lo si sapeva già da tempo. Le sue parole d i critica al modus operandi di Berlusconi carpite pochi mesi fa casualmente dai microfoni dei giornalisti ne dettero la certezza. Ma oggi, alla direzione nazionale Pdl, c’è stato di più: Gianfranco Fini in aperto scontro con Berlusconi al punto di chiedersi  quale sia attualmente la vera anima del Pdl. Ma una risposta c’è ed è sempre la stessa.

Dopo le accese discussioni di oggi pomeriggio, il documento di lealtà alla linea politica del Premier e contrario alla possibilità di correnti interne ha ricevuto infatti  solamente 11 voti contrari ed 1 astenuto. Il Pdl è -oggi come ieri- Silvio Berlusconi, Fini e i suoi sono ospiti o espedienti strategici, ormai neanche tanto graditi. Gli 11 dissidenti sono: Italo Bocchino, Carmelo Briguglio, Adolfo Urso, Flavia Perina, Fabio Granata, Silvano Moffa, Andrea Augello, Donato Lamorte, Pasquale Viespoli, Salvatore Tatarella, Cesare Cursi. La soddisfazione e il senso di potere del Presidente del Consiglio dopo il voto sono chiari: “abbiamo lo strumento per sbattere fuori dal partito chi non si allinea alle decisioni”.

Fini sottolinea invece la profonda unidirezionalità e univocità di ogni decisione del partito, affermando tra le righe: “Ho detto chiaramente che la minoranza non ha diritto di sabotare, ma di discutere nelle sedi opportune, anche se non ho ancora capito quali siano, visto che quella fatta oggi è stata convocata dopo un anno”.

Infine “Il documento è un invito ad andarcene. Ma noi resisteremo” ha dichiarato dopo il voto il finiano Fabio Granata; è quasi una minaccia che sembra mettere in crisi ogni successiva possibile decisione politica posta dalla maggioranza berlusconista. Questa ipotesi è rafforzata dai propositi dei finiani di pochi giorni fa: Faremo impazzire il premier con una minoranza interna. Trattativa su tutto”. Possibile certo, ma grava su Fini e sui suoi ‘compagni’ una pesante spada di Damocle: l’espulsione del dissidente sancita dal documento approvato oggi a maggioranza.

Il Premier ha certo prevalso in carisma, e non è una novità, ma nel parlamentarismo il carisma non basta, pochi disobbedienti sono comunque pericolosi per ogni maggioranza e probabilmente contagiosi. Ogni successiva mossa del Premier adesso dovrà essere cauta e misurata, il rischio sarebbe spostare parte dei deputati verso l’altro polo magnetico del Pdl, formalmente inesistente certo, ma in realtà chiaro ed evidente a tutti dopo le tensioni degli ultimi tempi.

Il Pdl non è più il partito monolitico che era, c’è una crepa maturatasi nel tempo.  Fini può rappresentare certamente un alleato scomodo da un lato, ma dall’altro potrà essere una speranza per il deputato inascoltato che in futuro si ritrovi non allineato alla linea politica del Premier, ormai vero capo-azienda del Pdl.  Si rischia un logoramento dall’interno.

Sicuramente Fini e i suoi potranno essere espulsi e probabilmente la mossa più azzeccata al momento per la maggioranza berlusconista sarebbe quella di farlo subito, prima di una eventuale propagazione del ‘cancro’. Ma le scene viste oggi, lo scontro quasi fisico tra Fini e il Presidente, l’ alzarsi in piedi sostendo fermamente le posizioni davanti al direttore generale del Pdl e alla sua platea, sono scene forti simbolicamente, rappresentano la forza e il coraggio di un’idea che mette a nudo il Premier. Un precedente pericoloso in un partito che si regge sul carisma di un solo uomo.


Luca Ciccarese

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LETTERA A SILVIO BERLUSCONI: L’INDIGNAZIONE DI SAVIANO

18 aprile 2010 4 commenti

Roberto Saviano scrive a Silvio Berlusconi, parole determinate e ben misurate, limpide e taglienti come vetro. Possono infondere speranza o intimorire, dipende tutto dall’interlocutore. Sono parole che forse non siamo più abituati a sentire dal mondo della politica, perchè delineano posizioni ferme, irremovibili, decise. Non c’è compromesso con la criminalità organizzata. La mafia esiste e va estirpata. L’incipit della lettera di Saviano non ha fronzoli o formalità, sono parole spontanee, a testa alta:

Presidente Silvio Berlusconi, le scrivo dopo che in una conferenza stampa tenuta da lei a Palazzo Chigi sono stato accusato, anzi il mio libro è stato accusato di essere responsabile di “supporto promozionale alle cosche“. Non sono accuse nuove. Mi vengono rivolte da anni: si fermi un momento a pensare a cosa le sue parole significano. A quanti cronisti, operatori sociali, a quanti avvocati, giudici, magistrati, a quanti narratori, registi, ma anche a quanti cittadini che da anni, in certe parti d’Italia, trovano la forza di raccontare, di esporsi, di opporsi, pensi a quanti hanno rischiato e stanno tutt’ora rischiando, eppure vengono accusati di essere fiancheggiatori delle organizzazioni criminali per il solo volerne parlare. Perché per lei è meglio non dire.
E’ meglio la narrativa del silenzio. Del visto e taciuto. Del lasciar fare alle polizie, ai tribunali come se le mafie fossero cosa loro. Affari loro. E le mafie vogliono esattamente che i loro affari siano cosa loro, Cosa nostra appunto è un’espressione ancor prima di divenire il nome di un’organizzazione.
Io credo che solo e unicamente la verità serva a dare dignità a un Paese. Il potere mafioso è determinato da chi racconta il crimine o da chi commette il crimine?

Saviano ricorda alcuni dati al Presidente, dati che sottolineano la reale influenza e il potere della criminalità organizzata italiana. Berlusconi aveva infatti sminuito la questione denunciando l’enfasi data alla mafia italiana con queste parole: “la mafia italiana risulterebbe essere la sesta mafia al mondo, ma guarda caso è quella più conosciuta, perchè c’è stato un supporto promozionale a questa organizzazione criminale che l’ha portata ad essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro paese”. Lo scrittore napoletano dissente con fermezza e afferma:

Il ruolo della ‘ndrangheta, della camorra, di Cosa nostra è determinato dal suo volume d’affari – cento miliardi di euro all’anno di profitto – un volume d’affari che supera di gran lunga le più granitiche aziende italiane. Questo può non esser detto? Lei stesso ha presentato un dato che parla del sequestro alle mafie per un valore pari a dieci miliardi di euro. Questo significa che sono gli scrittori ad inventare? Ad esagerare? A commettere crimine con la loro parola? Perché?

Continua poi proponendo alcune sconfortanti analogie demagogiche tra le parole del Premier e quelle di pezzi grossi del panorama criminale italiano:

Michele Greco il boss di Cosa Nostra morto in carcere al processo contro di lui si difese dicendo che “era tutta colpa de Il Padrino” se in Sicilia venivano istruiti processi contro la mafia. Nicola Schiavone, il padre dei boss Francesco Schiavone e Walter Schiavone, dinanzi alle telecamere ha ribadito che la camorra era nella testa di chi scriveva di camorra, che il fenomeno era solo legato al crimine di strada e che io stesso ero il vero camorrista che scriveva di queste storie quando raccontava che la camorra era impresa, cemento, rifiuti, politica.

Per Saviano la parola è alla base della lotta alla mafia, la parola può sostenerne le fondamenta, la mafia si combatte con la cultura e lo scrittore trascrive al Presidente le parole di Borsellino:

Le ricordo le parole di Paolo Borsellino in ricordo di Giovanni Falcone, pronunciate poco prima che lui stesso fosse ammazzato. “La lotta alla mafia è il primo problema da risolvere … non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolga tutti e specialmente le giovani generazioni le spinga a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale della indifferenza della contiguità e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone quando in un breve periodo di entusiasmo mi disse: la gente fa il tifo per noi. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale dà al lavoro dei giudici, significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze.

Saviano prosegue con la medesima lucidità, è lapidario e analiticamente impeccabile. Sa quel che dice. Anche noi sappiamo quel che dice: nel paese dell’omertà tutti noi sappiamo, ma solo pochi dicono.

Il silenzio è ciò che vogliono. Vogliono che tutto si riduca a un problema tra guardie e ladri. Ma non è così. E’ mostrando, facendo vedere, che si ha la possibilità di avere un contrasto. Lo stesso Piano Caserta che il suo governo ha attuato è partito perché è stata accesa la luce sull’organizzazione dei casalesi prima nota solo agli addetti ai lavori e a chi subiva i suoi ricatti.
Eppure la sua non è un’accusa nuova. Anche molte personalità del
centrosinistra campano, quando uscì il libro, dissero che avevo diffamato il rinascimento napoletano, che mi ero fatto pubblicità, che la mia era semplicemente un’insana voglia di apparire. Quando c’è un incendio si lascia fuggire chi ha appiccato le fiamme e si dà la colpa a chi ha dato l’allarme? Guardando a chi ha pagato con la vita la lotta per la verità, trovo assurdo e sconfortante pensare che il silenzio sia l’unica strada raccomandabile. Eppure, Presidente, avrebbe potuto dire molte cose per dimostrare l’impegno antimafia degli italiani. Avrebbe potuto raccontare che l’Italia è il paese con la migliore legislazione antimafia del mondo. […] E’ drammatico – e ne siamo consapevoli in molti – essere etichettati mafiosi ogni volta che un italiano supera i confini della sua terra. Certo che lo è. Ma non è con il silenzio che mostriamo di essere diversi e migliori. Diffondendo il valore della responsabilità, del coraggio del dire, del valore della denuncia, della forza dell’accusa, possiamo cambiare le cose.

Lo scrittore napoletano continua, le sue parole sono civili e rispettose, ma è celata tra le righe una profonda indignazione. Saviano chiede le scuse, non per sé, ma nei confronti di chi da sempre ha creduto nella lotta contro la mafia, di chi ha conosciuto l’odio cieco delle esecuzioni a sangue freddo di propri familiari e amici. Il dolore e lo strazio. La ‘minaccia’ velata di Saviano è quella di non pubblicare più per Mondadori ed Einaudi, case editrici di proprietà del Presidente.

Credo che nella battaglia antimafia non ci sia una destra o una sinistra con cui stare. Chiederei di porgere le sue scuse non a me – che ormai ci sono abituato – ma ai parenti delle vittime di tutti coloro che sono caduti raccontando. Io sono un autore che ha pubblicato i suoi libri per Mondadori e Einaudi, entrambe case editrici di proprietà della sua famiglia. Ho sempre pensato che la storia partita da molto lontano della Mondadori fosse pienamente in linea per accettare un tipo di narrazione come la mia, pensavo che avesse gli strumenti per convalidare anche posizioni forti, correnti di pensiero diverse. Dopo le sue parole non so se sarà più così. E non so se lo sarà per tutti gli autori che si sono occupati di mafie esponendo loro stessi e che Mondadori e Einaudi in questi anni hanno pubblicato. La cosa che farò sarà incontrare le persone nella casa editrice che in questi anni hanno lavorato con me, donne e uomini che hanno creduto nelle mie parole e sono riuscite a far arrivare le mie storie al grande pubblico. Persone che hanno spesso dovuto difendersi dall’accusa di essere editor, uffici stampa, dirigenti, “comprati”. E che invece fino ad ora hanno svolto un grande lavoro. E’ da loro che voglio risposte.

Roberto si appresta a concludere la lettera come solo ad un grande comunicatore è concesso. Poche frasi che trasudano speranza e voglia di combattere il vero cancro italiano, l’altro lasciamolo ai medici.

Una cosa è certa: io, come molti altri, continueremo a raccontare. Userò la parola come un modo per condividere, per aggiustare il mondo, per capire. Sono nato, caro Presidente, in una terra meravigliosa e purtroppo devastata, la cui bellezza però continua a darmi forza per sognare la possibilità di una Italia diversa. Una Italia che può cambiare solo se il sud può cambiare. Lo giuro Presidente, anche a nome degli italiani che considerano i propri morti tutti coloro che sono caduti combattendo le organizzazioni criminali, che non ci sarà giorno in cui taceremo. Questo lo prometto. A voce alta.

Parole che fanno tremare i palazzi del potere corrotto e le organizzazioni criminali, dai codardi assassini col passamontagna ai boss, dai complici omertosi ai politici con valigetta e tangente. La mafia esiste, ma esistiamo anche noi. A testa alta.


Luca Ciccarese

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RIFIUTI IN FIAMME, PER NON DIMENTICARE..

16 aprile 2010 Lascia un commento

“ La storia dei rifiuti è la storia degli affari veri, dei boss imprenditori, degli imprenditori in grado di non porsi altro limite che il profitto, della politica terrorizzata o determinata, delle rivolte contro i camion, dei silenzi comprati e di un intero Paese che sversa i suoi rifiuti a Sud e che dal Sud prende risorse.” (Roberto Saviano)

Tra un decreto e l’altro, tra una riforma della giustizia in porto e i primi acuti contrasti interni alla maggioranza di Governo, a Palermo si continuano a bruciare rifiuti per strada, nel silenzio mediatico. Il problema rifiuti è in realtà un macro-problema, che coinvolge numerose variabili e attori; gli interventi con cui fu “risolto” in Campania, furono più cure palliative controproducenti e micro-interventi che altro. Sentiremo ancora parlare di rifiuti in fiamme.
La crisi dei rifiuti in Campania iniziò nel 1994 con la dichiarazione dello stato di emergenza e la nomina del primo Commissario di Governo con poteri straordinari cessando dopo oltre 15 anni, sulla base di un decreto legge approvato dal Governo il 17 dicembre 2009, che ha fissato la data del 31 dicembre 2009 quale termine finale dello stato di emergenza e del commissariamento straordinario.

La storia dei rifiuti potrebbe essere raccontata attraverso le biografie dei malati di cancro, attraverso quelle dei contadini di territori dell’entroterra campano che prima coltivavano ortaggi e ora raccolgono rifiuti d’ogni genere. Napoli e la Campania ciclicamente si gonfiavano di tonnellate di spazzatura. Però nessuno sembra comprendere cosa accadde e cosa vi fosse dietro, se non una generica e cronica incapacità politica a gestire il problema.
Resta certo l’odore, i cumuli, le scuole chiuse, la rabbia negli stomaci. È un odore strano da sentire in città, ma chi viene dalla provincia casertana e nolana lo conosce benissimo. Questa apocalisse che entra dal naso e ciclicamente invade tutto, sembra anch’essa un male ineludibile, una malformità quasi normale. Non è così, ma attualmente non esiste soluzione definitiva e ultima.

I traffici di rifiuti tossici hanno visto il sud Italia essere il vero luogo dove far ammortizzare i prezzi elevati dello smaltimento. La camorra ha fatto risparmiare capitali astronomici alle imprese del nord Italia.
Il meccanismo dei rifiuti ha permesso e permette a ogni passaggio di guadagnare
: i clan mafiosi con i loro camion e le loro ruspe guadagnano quando raccolgono, guadagnano quando sversano e fanno sversare nelle loro discariche. Ma da questo perenne lucro ne hanno tratto profitto anche le maggiori imprese italiane; negli ultimi trent’anni le discariche campane sono state completamente riempite, le cave rese satolle, ogni possibile spazio utilizzato e saturato.
La spazzatura di Napoli, non è la spazzatura di Napoli
: le discariche campane non sono state intasate solo dai rifiuti solidi urbani campani, ma sono state occupate, invase, colmate dai rifiuti speciali e ordinari di tutto il Paese, dislocati dalle rotte gestite dei clan. La spazzatura napoletana appartiene all’intero Paese nella misura in cui per più di trent’anni rifiuti di ogni tipo – tossici, ospedalieri, persino le ossa dei morti delle terre cimiteriali – sono stati smaltiti in Campania e più allargatamente nel Mezzogiorno.

Perché?

L’operazione Houdini del 2004 dimostrò che  il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo: un risparmio impressionante, il 70 per cento.
Intanto però, se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di 3 ettari. Questa montagna di rifiuti sarebbe la più grande montagna esistente non solo in Italia, ma sulla Terra.

Per i clan è un buon business: La scelta di trafficare in rifiuti espone a minori rischi di natura penale, poiché i reati connessi alla raccolta, al trasporto e allo smaltimento illegali spesso sono soggetti a prescrizione. I rifiuti sono la merce. La merce morta vale più di quella viva. Come avviene per le pompe funebri, i clan sanno benissimo che non ci sarà mai crisi. Nella società del consumismo più sfrenato spazzatura e morti non mancheranno e diverranno basi certe in mano ai clan, surplus economico costante per osare in altri campi meno certi e sicuri.

Quando si getta qualcosa nell’immondizia, lì nel secchio sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia fetosa che ingozzerà topi e gabbiani, ma si tramuterà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. Dall’emergenza non si vuole e non si puo’ uscire perché è uno dei momenti in cui si guadagna di più. L’emergenza non è mai creata direttamente dai clan, il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono, si è finto di non capire che fino a quando sarebbe rimasto tutto in discarica, il rischio era una situazione di saturazione, laddove in discarica dovrebbero andare pochissimi rifiuti. Non si è arrivati infatti a costruire i necessari termovalorizzatori(si veda l’inchiesta “Why Not” di De Magistris a questo proposito), dando garanzie alle popolazioni,  non si è arrivati a una seria raccolta differenziata, a una battaglia reale contro le imprese vicine ai clan. Non si è arrivati a far nulla per il lungo periodo, solamente precari palliativi.

Quando si cumulano sacchetti, i bronchi dei cittadini si irritano, la benzina viene gettata sui bidoni per bruciarli e quando le televisioni di tutto il mondo riprendono i cassonetti che sembrano sventrati con le budella da fuori, c’è necessità di toglierli per evitare epidemie gravi, necessità di risolvere subito, non badando nemmeno dove si smaltirà e quali mezzi lo faranno. Questa necessità porta altresì ad usare mezzi bobcat, camion, appaltati con noli a freddo e a caldo, ossia non controllabili e quindi facilmente gestibili dalle ditte degli stessi clan. Paradossalmente chi “risolve” il problema è il medesimo che lo crea: un business ‘circolare’, un moto perpetuo e criminale.

ALCUNI DATI

Secondo le Procure di Napoli e di Santa Maria Capua Vetere, 18 mila tonnellate di rifiuti tossici partiti da Brescia sono stati smaltiti tra Napoli e Caserta. In quattro anni un milione di tonnellate sono tutte finite a Santa Maria Capua Vetere. I rifiuti trattati negli impianti di Milano, Pavia e Pisa sono stati sotterrati in Campania. L’inchiesta Madre Terra scoprì che in soli 40 giorni oltre 6.500 tonnellate di rifiuti dalla Lombardia giunsero a Trentola Ducenta, vicino a Caserta: 500 tonnellate solo da Milano. E ancora nel casertano e nel napoletano i Nas hanno scoperto rifiuti prodotti da petrolchimici storici come quello dell’ex Enichem di Priolo, fanghi conciari della zona di Santa Croce sull’Arno, fanghi dei depuratori di Venezia e di Forlì di proprietà di società a prevalente capitale pubblico.

LE CONSEGUENZE SULLA SALUTE
La Protezione Civile nel 2004 ha commissionato uno studio scientifico sulle conseguenze sanitarie della mancata gestione dei rifiuti in Campania ad un’equipe di specialisti provenienti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dal Centro Europeo Ambiente e Salute, dall’Istituto Superiore di Sanità, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, dall’Osservatorio Epidemiologico della Regione Campania e dall’Agenzia Regionale per la Protezione Ambiente.
L’analisi dei dati epidemiologici raccolti tra il 1995 e il 2002 ha consentito ai ricercatori di mettere in correlazione diretta i problemi osservati sulla salute pubblica con la mancata gestione del ciclo dei rifiuti urbani e con la presenza di discariche abusive, gestite dalla criminalità organizzata, dove sono stati versati enormi quantitativi di rifiuti industriali. In particolare, è stato misurato un aumento del 9% della mortalità maschile e del 12% di quella femminile, nonché l’84% in più dei tumori del polmone e dello stomaco, linfomi e sarcomi, e malformazioni congenite.


Stefano Javarone

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