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NON GIOCHIAMO AL ’68

Non giochiamo al ’68, ma diamo una identità nuova alla protesta. Non ripetiamo quei vecchi slogan sbiaditi, né quelle iniziative che avevano un senso e un inizio quarant’ anni fa. Forse i sessantottini avevano più fantasia di noi, al tempo. Siamo giovani e intelligenti, perché ispirarsi ai dinosauri della protesta? Questa è un’altra Italia, un altro mondo con priorità e logiche inedite.  Guardiamoci negli occhi, non stiamo combattendo per una società alternativa e diversa come nel ’68, nonostante tutto questa fa ancora comodo e non abbiamo idee. Non abbiamo idee, né entusiasmi e non si parla di pace, di libertà e uguaglianza, qua non si fa la rivoluzione,  abbiamo solo molta angoscia. Il futuro ci tormenta e non c’è spazio per hippies e capelloni, siamo impauriti, disorientati e arrabbiati e per nulla vicini a quell’ideale zen-pacifista e radical.

La rabbia.  Non si direbbe, ma abbiamo molta più rabbia di quarant’ anni fa. Rabbia mista al vuoto, nichilismo, niente da perdere.  Siamo più pericolosi. Chi sono? Dipende. Cosa voglio? Un futuro, perdio, l’opportunità di sapere chi sono, chi sarò, chi vorrò essere. Almeno credo. Stiamo lottando per un futuro, non per la società, non per più diritti, né per la pace, niente di tutto questo.  Sarà molto più semplice poi dimenticarci di queste nostre lotte quando magari avremo la nostra casetta con giardino, automobile, garage, moglie e figli. Idealmente non abbiamo investito niente in questa lotta, solo rabbia. Legittima, doverosa e opportuna. Perciò non scimmiottiamo il ’68, di quello probabilmente ricalchiamo soltanto la forma, l’estetica, quasi fossimo un involucro vuoto. Non illudiamoci. Il ’68 è lontano, stiamo lottando per integrarci in un sistema, non per uscirne, per un lavoro fisso, non per un welfare di ispirazione socialdemocratica, per migliorare, non per cambiare radicalmente. Può essere un demerito questo? Per chi guarda romanticamente all’ideale sessantottino probabilmente sì, tanto che la tentazione di ricalcarlo è ancora forte e quasi inconscia. Il substrato maoista di ingenua speranza che permeava il ’68 si è frantumato, ogni alternativa ideale al capitalismo si è sgretolata, non è solo colpa nostra se non abbiamo fantasia, ma possiamo  ancora averne, possiamo non arrenderci.

Non snobbiamo le nuove tecnologie e i nuovi canali comunicativi, ma utilizziamoli a nostro vantaggio, non radichiamo i nostri slogan sulle rovine del marxismo e non vestiamoci ad hoc proprio come quarant’anni fa per andare a protestare in piazza, non ha senso. Non comportiamoci da reazionari della protesta. Vestiamola di un abito nuovo, sgargiante e tecnologico, comunicativo e intelligente, inedito e colorato, dandole un senso interno prima di tutto. Appropriamoci del nostro presente fatto di comunicazione istantanea, interazione transcontinentale, social network, di interdipendenza globale e utilizziamolo per il nostro futuro. Non solo rabbia mista a nichilismo con abiti e slogan di quarant’ anni fa, guardiamoci negli occhi per capire chi siamo, e diamoci un senso o almeno una direzione.  Strategie nuove, oltre e in più di sole piazze e occupazioni: il mondo è cambiato, interpretarlo è il primo passo per criticarlo e magari trasformarlo. In caso contrario ognuno continui a lottare per il suo ’68 dimenticato, ed altri solo per la propria isola felice, ma quello che resterà, in fondo alla protesta, sarà soltanto rabbia e vacuità, uno sfogo violento e isterico di ragazzi senza idee. Nient’altro che involucri. Vuoti.

Luca Ciccarese

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  1. Daniele
    28 novembre 2010 alle 10:18

    “Stiamo lottando per integrarci in un sistema, non per uscirne” mi sembra una frase che riassume la vera differenza tra il 68 studentesco e i movimenti odierni. Secondo me hai colto nel segno.

    Questo articolo che viene fuori dopo un bel po’ di inattività è davvero buono, quasi un “manifesto” di quei principi cui dovrebbe ispirarsi la protesta. O meglio: un manifesto dei principi in cui NON credere per fare una protesta oggi. Principi sorpassati, appartenenti ad un altra epoca, assolutamente fuori dal contesto.

    Se una mano gigante potesse estrarre una persona a caso dal corteo e gli chiedesse chiarimenti sul movimento però, scopriremmo che la maggior parte degli studenti è lì quasi inconsapevole di ciò che stia accadendo, esatttamente come nele rivolte di un anno fa, o quelle precedenti.

    E’ la legge delle manifestazioni: pochi informati, con un ideale trainano, molte pecorelle esaltate seguono. Tanto per far numero. Ecco perché questi metodi non funzionano. E mai funzioneranno.

    Forse un’altra differenza importante con il 68 è che loro hanno davvero cambiato qualcosa, noi al massimo possiamo deviare il traffico o far ritardare un treno, ma continuando a lottare senza principi fondanti si perde il senso della battaglia e ci si arrende molto presto.

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