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L’OMBRA DEL “SALVATAGGIO”: EUROPA A RISCHIO DEFAULT

Orientarsi nella schizofrenia dilagante delle notizie sull’economia non è cosa semplice. Soprattutto in questo periodo. L’attuale crisi -a quanto pare- sembra avere poco a che fare con l’ ‘antenata’ del 1929, che mise in ginocchio l’occidente. Dopo pochi giorni di caos greco i mercati magicamente rialzano anche di 10 punti percentuali, le ombre nere paiono dissolversi e un nuovo ottimismo fatto di promesse e piani di salvataggio sembra pervadere l’Europa. Dobbiamo fidarci?

Dobbiamo innanzitutto distinguere bene tra economia reale e economia finanziaria. Le crisi economiche, per come le conosciamo storicamente, non scorrono in pochi giorni, ma queste che viviamo sembrano avere durata brevissima. Pazienti immaginari? In realtà si tratta di crisi finanziarie e quelle economiche ne sono spesso il frutto. L’economia reale subisce costantemente la scarica predatoria delle borse e delle speculazioni dell’economia finanziaria. La vera crisi è sempre quella dell’economia reale, non facciamoci illudere dai rialzi di borsa o dalle continue altalene di Wall Street.

I tempi stessi delle due economie sono profondamente diacronici e diversi. Guardare al mondo delle borse è come guardare alle stelle. La luce che arriva a noi da una qualsiasi stella è una luce antica, emessa migliaia di anni fa. Quella stessa stella potrebbe aver già cessato di esistere da tempo, ma noi probabilmente ci accorgeremo di questo solo fra qualche altro migliaio di anni.Gli effetti sull’economia reale sono effetti che arrivano da lontano e che certamente non risentono delle microvariazioni giornaliere delle borse. La crisi ormai ci perseguita dal 2006 e non potranno essere dei +10,1 di un martedì di maggio a risanare una situazione ormai compromessa a livello economico-sociale. Sono necessarie risposte politiche forti.

L’ottimismo e il rialzo delle borse è sbocciato dalla decisione dell’Ecofin che dopo 14 ore di dibattito, ha delineato misure di salvataggio della zona euro per il valore di 720 miliardi di euro: 440 dagli stati europei, 220 dal Fondo Monetario Internazionale, il restante dalla Commissione Europea, tutto condito con l’impegno della Banca Centrale Europea ad acquistare titoli di stato dei paesi in difficoltà.
440 miliardi di euro dagli stati europei sono una cifra spropositata (considerando anche che il Regno Unito non contribuirà). Sappiamo che l’Italia sborserà 5 miliardi. Anche ipotizzando che gli altri stati dell’euro zona dovessero offrire il doppio per testa, la cifra di 440 miliardi parrebbe ancora molto lontana. E allora, come si fa? Dobbiamo presumere che questi soldi deriveranno da altro debito a carico degli stati creditori (e perciò debitori). Nuovo debito per risanare altro debito. La logica è quella di scavare una buca per coprirne un’altra.

Abbiamo detto che la BCE si impegnerà ad acquistare titoli di stato dei paesi in difficoltà (fra l’altro contravvenendo a norme europee che formalmente non lo permettono): acquistare titoli di stato significa immettere nuova liquidità nel mercato, immettere nuova moneta, nuovo denaro. Finchè l’economia rallenta e va in deflazione e le banche non prestano, non c’e’ il rischio di avere immediatamente iperinflazione, ma tale possibilità permane; e permane l’ombra di un nuovo 1929, di un indebolimento vertiginoso della moneta europea e dell’ UE stessa, che rischia di sfasciarsi o di abbracciare l’ipotesi delle “due velocità”.

In sostanza, queste politiche di ‘salvataggio’ probabilmente avranno un effetto positivo nel breve periodo, ma saranno solo palliativi che andranno a creare nuovo debito pubblico per risanarne altro. Siamo su una nave che continua ad imbarcare acqua da tutti i lati e per coprire alcune falle, ne creiamo di nuove: meccanismo che non potrà essere eterno. Dobbiamo essere cauti. Crisi future sull’onda dell’attuale saranno nuovi pezzi del mosaico economico-sociale che stiamo vivendo: un distruttivo default del sistema, che potrà mettere in ginocchio l’economia reale portando lacrime e sangue. Il 1929, quell’antenato dimenticato, non ci sembrerà poi così distante.

Rapporto Debito Pubblico/Pil del 2006

Luca Ciccarese

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